La membrana amniotica umana nella chirurgia dell’articolazione temporo-mandibolare (ATM) è una soluzione biologica di crescente interesse nella chirurgia maxillo-facciale. Grazie alle sue proprietà antinfiammatorie e potenzialmente antifibrotiche, viene studiata come materiale da interporre nell’articolazione per migliorare il recupero dopo alcuni interventi chirurgici.
Un recente studio clinico randomizzato condotto presso l’Ospedale Ca’ Foncello di Treviso e pubblicato online nel giugno 2026 sul Journal of Oral and Maxillofacial Surgery ha valutato l’impiego della membrana amniotica durante l’artroplastica dell’ATM. I risultati hanno mostrato una riduzione del dolore superiore rispetto alla chirurgia senza membrana, con vantaggi anche per alcuni movimenti mandibolari. Non è invece emerso un miglioramento significativo dell’apertura massima della bocca.
Questi risultati aprono prospettive interessanti, ma devono essere interpretati correttamente: la membrana amniotica non è una terapia per tutti i disturbi mandibolari e non sostituisce la corretta selezione del paziente, la pianificazione chirurgica e la riabilitazione postoperatoria.
Riferimento principale: Guarda-Nardini L. et al., Human Amniotic Membrane as an Interpositional Material in Temporomandibular Joint Arthroplasty for Intraarticular Pain and Dysfunction: A Randomized Clinical Trial, 2026. PubMed.
1. Che cos’è l’articolazione temporo-mandibolare e perché può ammalarsi?
L’articolazione temporo-mandibolare è la struttura che collega la mandibola all’osso temporale del cranio, immediatamente davanti all’orecchio. È coinvolta in attività quotidiane fondamentali, come parlare, masticare, deglutire e sbadigliare.
Al suo interno si trova un disco articolare, costituito da tessuto fibrocartilagineo, che aiuta a distribuire le forze e permette lo scorrimento coordinato tra le superfici articolari.
Il funzionamento dell’ATM dipende dall’integrità di diverse strutture: disco, superfici ossee, capsula, legamenti e tessuti circostanti. Alterazioni di una o più di queste componenti possono determinare dolore, rumori articolari, limitazione dei movimenti e difficoltà masticatorie.
Tra le condizioni più importanti si distinguono:
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Dislocazione del disco articolare: il disco perde il suo normale rapporto con il condilo mandibolare, talvolta provocando click o blocchi.
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Osteoartrosi dell’ATM: una patologia degenerativa caratterizzata da alterazioni delle superfici ossee e dei tessuti articolari, spesso associata a dolore e compromissione funzionale.
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Aderenze e fibrosi articolare: la formazione di tessuto cicatriziale può ostacolare lo scorrimento delle strutture dell’articolazione.
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Anchilosi temporo-mandibolare: una condizione caratterizzata da una grave limitazione dei movimenti, dovuta alla formazione di un’unione fibrosa o ossea tra le superfici articolari.
Queste condizioni non sono equivalenti e non devono essere trattate tutte nello stesso modo. Per esempio, l’anchilosi richiede una strategia chirurgica differente rispetto a quella utilizzata per un paziente con osteoartrosi dolorosa e limitazione dei movimenti.
Anche i sintomi possono essere simili tra patologie diverse. Il dolore davanti all’orecchio, infatti, può dipendere dall’articolazione, dai muscoli masticatori o da altre strutture del distretto oro-facciale.
Per questo motivo la diagnosi deve integrare anamnesi, esame clinico e, quando indicato, esami di imaging.
2. Quando può essere indicata la chirurgia dell’ATM?
La maggior parte dei pazienti con disturbi temporo-mandibolari non necessita di un intervento chirurgico.
Il trattamento iniziale è generalmente conservativo e può comprendere educazione del paziente, modifiche delle abitudini che sovraccaricano l’articolazione, esercizi mandibolari, fisioterapia, terapia farmacologica selezionata e altre misure personalizzate.
In pazienti selezionati possono essere considerate procedure mini-invasive, come l’artrocentesi, che permette di lavare lo spazio articolare attraverso appositi accessi.
L’artrocentesi può essere associata, secondo l’indicazione clinica, all’impiego di sostanze intra-articolari, tra cui l’acido ialuronico. Le prove scientifiche sui trattamenti dell’ATM sono tuttavia eterogenee: i risultati dipendono dalla diagnosi, dalla gravità del problema e dalla terapia confrontata.
Una revisione sistematica con metanalisi pubblicata nel 2025 ha rilevato che l’artrocentesi può offrire una riduzione del dolore superiore rispetto alle terapie conservative in alcune popolazioni studiate, soprattutto nel breve e medio termine, mentre i vantaggi sull’apertura massima della bocca risultano meno consistenti dal punto di vista clinico. Fonte scientifica.
L’intervento a cielo aperto può essere preso in considerazione quando esiste una patologia articolare strutturale ben documentata, i sintomi sono importanti e persistenti e i trattamenti non chirurgici appropriati non hanno ottenuto risultati sufficienti.
La decisione richiede particolare attenzione. La linea guida pubblicata sul BMJ per il dolore cronico associato ai disturbi temporo-mandibolari raccomanda di privilegiare diversi interventi conservativi e sconsiglia la discectomia per il dolore cronico considerato in senso generale. Ciò sottolinea quanto sia importante non estendere automaticamente le indicazioni di uno studio chirurgico a tutti i pazienti con dolore mandibolare.
Lo studio condotto a Treviso riguarda infatti un gruppo specifico di pazienti: persone con osteoartrosi dell’ATM documentata alla risonanza magnetica, dolore persistente e risposta insufficiente a precedenti trattamenti mini-invasivi.
Che cosa si intende per artroplastica dell’ATM?
L’artroplastica è un intervento chirurgico finalizzato a correggere determinate alterazioni articolari e a migliorare dolore e funzione.
A seconda della patologia, può prevedere la liberazione delle aderenze, la rimozione di tessuti danneggiati, la riposizione del disco oppure, quando indicato, la sua rimozione, chiamata discectomia.
In alcuni interventi viene inoltre utilizzato un materiale da interposizione: una struttura posizionata tra le superfici articolari per modificare l’ambiente locale, limitare il contatto indesiderato tra i tessuti e potenzialmente ridurre la formazione di aderenze.
La scelta dipende dalla patologia, dall’anatomia, dalla funzione residua e dagli obiettivi realistici del trattamento.
3. Che cos’è la membrana amniotica umana?
La membrana amniotica è lo strato più interno delle membrane che avvolgono il feto durante la gravidanza. È un tessuto sottile, ricco di componenti della matrice extracellulare e di molecole biologicamente attive.
La membrana amniotica umana, indicata in letteratura con la sigla HAM (Human Amniotic Membrane), viene utilizzata in diversi ambiti della medicina, tra cui oftalmologia, trattamento delle ferite, ricostruzione dei tessuti e alcune applicazioni di chirurgia ricostruttiva.
Il suo interesse non dipende soltanto dalla capacità di fornire un supporto fisico. Il tessuto contiene infatti componenti che possono influenzare la risposta infiammatoria e i processi di riparazione.
Le principali proprietà biologiche considerate rilevanti sono:
Attività antinfiammatoria. La membrana contiene mediatori capaci di modulare alcuni percorsi dell’infiammazione, compresi quelli coinvolti nella produzione di citochine.
Potenziale effetto antifibrotico. Alcuni componenti possono interferire con l’attivazione dei fibroblasti e con i processi che portano alla formazione di tessuto cicatriziale e aderenze.
Bassa immunogenicità. La membrana presenta caratteristiche che generalmente favoriscono una ridotta risposta immunitaria quando viene utilizzata come tessuto proveniente da un donatore, anche se questo non equivale a un rischio biologico nullo.
Proprietà di supporto alla riparazione tissutale. La matrice e alcuni fattori biologici possono contribuire alla regolazione dei processi di guarigione.
Questi meccanismi sono descritti nella letteratura biologica sulla membrana amniotica. È però importante distinguere tra ciò che è stato osservato nei sistemi sperimentali o in altre specialità e ciò che è stato dimostrato direttamente nell’articolazione temporo-mandibolare.
In particolare, non è ancora completamente chiarito quanto la membrana persista nell’ATM dopo l’intervento, quali componenti siano responsabili del beneficio clinico e attraverso quali meccanismi specifici venga ridotto il dolore.
Una revisione sistematica pubblicata nel 2024 sui derivati ombelicali e placentari utilizzati per i disturbi dell’ATM ha individuato soltanto un numero limitato di studi clinici eleggibili, con evidenze particolarmente concentrate sulle patologie caratterizzate da anchilosi. Gli autori hanno sottolineato la necessità di ulteriori studi clinici.
4. Perché utilizzare la membrana amniotica nella chirurgia dell’ATM?
Durante alcuni interventi articolari, la rimozione del disco o dei tessuti patologici modifica le superfici e l’ambiente biologico dell’articolazione.
Nel periodo successivo all’operazione, il processo di guarigione può favorire la formazione di aderenze o di tessuto fibroso. In determinate patologie, queste alterazioni possono contribuire alla persistenza della disfunzione.
I materiali da interposizione vengono utilizzati con l’obiettivo di influenzare questo processo.
Tra le opzioni studiate o impiegate nella chirurgia dell’ATM figurano:
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Lembo del muscolo temporale: tessuto del paziente che può essere mobilizzato e utilizzato come materiale biologico.
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Innesto dermo-adiposo: tessuto autologo costituito da derma e grasso, che richiede un sito di prelievo.
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Corpo adiposo della guancia: tessuto locale utilizzabile in procedure selezionate.
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Materiali sintetici: dispositivi con caratteristiche diverse, per i quali la scelta dipende dalla specifica applicazione e dai rischi legati al materiale.
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Membrana amniotica umana: tessuto biologico proveniente da una banca dei tessuti, che non richiede un prelievo aggiuntivo dal paziente.
La membrana amniotica presenta quindi un possibile vantaggio pratico: può essere disponibile come prodotto di banca dei tessuti e non richiede di prelevare altro tessuto dal paziente.
Non è tuttavia corretto concludere che sia superiore a tutti gli altri materiali. Le alternative sono state studiate in contesti clinici differenti e mancano confronti diretti sufficienti per stabilire quale materiale sia migliore in ogni situazione.
Un punto fondamentale: la membrana non è semplicemente uno spessore aggiuntivo
Nell’intervento studiato a Treviso, l’ipotesi è che la membrana agisca soprattutto come interfaccia biologica antinfiammatoria e potenzialmente antifibrotica, più che come elemento capace di aumentare meccanicamente lo spazio articolare.
Questa distinzione è importante perché aiuta a comprendere un risultato dello studio: il dolore è migliorato maggiormente nel gruppo trattato con membrana, mentre l’apertura massima della bocca non è risultata significativamente superiore.
È un dato coerente con l’ipotesi di un beneficio sul comfort articolare e su alcuni movimenti, ma non costituisce da solo una prova definitiva del meccanismo biologico.
5. Lo studio clinico di Treviso: che cosa è stato valutato?
Il lavoro di Guarda-Nardini e collaboratori è stato pubblicato online il 26 giugno 2026 sul Journal of Oral and Maxillofacial Surgery.
Si tratta di uno studio clinico randomizzato monocentrico, condotto presso l’Ospedale Ca’ Foncello di Treviso tra il 2017 e il 2024.
L’obiettivo era confrontare due approcci chirurgici in pazienti con dolore e disfunzione articolare persistenti:
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Discectomia con inserimento della membrana amniotica umana.
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Discectomia senza membrana amniotica.
La domanda centrale era se l’aggiunta della membrana potesse migliorare il controllo del dolore, la funzione mandibolare e la sicurezza dell’intervento rispetto alla sola discectomia.
Quali pazienti sono stati studiati?
I criteri riportati comprendevano:
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età pari o superiore a 18 anni;
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osteoartrosi dell’ATM documentata mediante risonanza magnetica ad alto campo;
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dolore persistente da almeno sei mesi;
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intensità del dolore pari o superiore a 4 su una scala da 0 a 10;
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compromissione funzionale;
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risposta insufficiente a un ciclo di cinque artrocentesi settimanali associate ad acido ialuronico.
Sono stati esclusi, tra gli altri, i pazienti con anchilosi, precedenti interventi chirurgici sull’ATM e artrite infiammatoria.
Questi criteri delimitano con precisione la popolazione a cui si riferiscono i risultati. Lo studio non dimostra quindi che la membrana sia indicata in ogni forma di disturbo temporo-mandibolare, ma valuta una particolare strategia in pazienti selezionati con patologia articolare strutturale e sintomi refrattari ai trattamenti precedenti.
Quali parametri sono stati misurati?
I ricercatori hanno valutato il dolore a riposo, durante la fonazione e durante la masticazione, oltre a diversi parametri funzionali.
Tra questi figuravano:
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dolore percepito, misurato mediante scala analogico-visiva (VAS) da 0 a 10;
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apertura massima della bocca;
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movimenti laterali della mandibola;
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protrusione mandibolare;
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capacità masticatoria;
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complicanze postoperatorie.
La valutazione principale è stata eseguita prima dell’intervento e a 12 mesi.
Il disegno randomizzato e la valutazione degli esiti da parte di osservatori non a conoscenza dell’assegnazione del trattamento contribuiscono alla qualità metodologica dello studio. Rimangono tuttavia alcuni limiti, discussi più avanti.
6. Come viene applicata la membrana amniotica durante l’intervento?
La tecnica descritta nella presentazione scientifica prevede un accesso preauricolare, cioè attraverso la regione davanti all’orecchio.
L’intervento comprende diverse fasi.
1. Accesso chirurgico e identificazione delle strutture. Il chirurgo raggiunge l’articolazione attraverso i piani dei tessuti, prestando particolare attenzione ai rami del nervo facciale, che decorrono nelle vicinanze.
2. Apertura della capsula articolare. La capsula viene aperta per consentire l’esposizione dello spazio articolare interessato.
3. Discectomia e trattamento dei tessuti patologici. Il disco articolare viene rimosso secondo l’indicazione chirurgica e vengono trattate le aderenze fibrose e gli osteofiti presenti.
4. Inserimento della membrana amniotica. Un lembo di membrana preparato e conservato presso una banca dei tessuti viene posizionato sulla superficie articolare prevista dal protocollo, nella regione della fossa glenoidea.
5. Chiusura e riabilitazione. I tessuti vengono richiusi per piani. Il protocollo riportato prevede l’avvio precoce della fisioterapia mandibolare, a partire dal terzo giorno postoperatorio, secondo le condizioni del paziente e le indicazioni del team.
Il ruolo della riabilitazione è essenziale: il risultato non dipende unicamente dal materiale utilizzato, ma anche dalla corretta esecuzione dell’intervento, dal controllo del dolore, dal recupero progressivo dei movimenti e dall’aderenza del paziente al programma postoperatorio.
Come viene preparata la membrana?
Nello studio la membrana proveniva da una banca dei tessuti. La presentazione descrive un percorso di selezione e controllo dei donatori, trattamenti di decontaminazione e conservazione mediante criopreservazione.
Il materiale veniva preparato in lembi di circa 3 × 3 cm, conservato a temperature molto basse e scongelato prima dell’utilizzo chirurgico.
Il controllo del donatore, la tracciabilità, la lavorazione e le condizioni di conservazione sono aspetti fondamentali per qualsiasi tessuto umano destinato al trapianto.
Non tutte le membrane amniotiche disponibili sono però necessariamente uguali: modalità di preparazione, sterilizzazione, congelamento o liofilizzazione possono modificare le caratteristiche del materiale. I risultati dello specifico protocollo non devono quindi essere automaticamente estesi a tutti i prodotti presenti in altri contesti sanitari.
7. I risultati a 12 mesi: soprattutto una riduzione del dolore
Il risultato più interessante dello studio è rappresentato dalla differenza nel controllo del dolore tra i pazienti trattati con membrana amniotica e quelli sottoposti alla sola discectomia.
Le analisi statistiche hanno tenuto conto di alcune differenze iniziali tra i gruppi, tra cui età, sesso e lateralità della patologia.
Dopo 12 mesi, le differenze aggiustate sulla scala del dolore da 0 a 10 hanno favorito il gruppo trattato con membrana.
| Parametro | Differenza aggiustata tra i gruppi a favore della membrana | Interpretazione |
|---|---|---|
| Dolore a riposo | −2,82 punti | Riduzione rilevante del dolore |
| Dolore durante la fonazione | −4,16 punti | Riduzione particolarmente marcata |
| Dolore durante la masticazione | −3,06 punti | Migliore comfort durante il pasto |
Tutte e tre le differenze sono risultate statisticamente significative, con p inferiore a 0,001.
Le differenze osservate superano anche le soglie di variazione considerate clinicamente importanti per il dolore orofacciale nei riferimenti utilizzati dagli autori. Ciò suggerisce che il beneficio non sia soltanto statistico, ma possa essere percepibile nella vita quotidiana.
È tuttavia necessario interpretare correttamente questi numeri. La differenza riportata rappresenta il confronto aggiustato tra i gruppi, non significa che ogni singolo paziente ottenga esattamente la stessa riduzione del dolore.
Perché il dolore durante la fonazione è importante?
Il dolore non interferisce soltanto con l’alimentazione. In alcuni pazienti può comparire anche durante il parlare, soprattutto quando i movimenti mandibolari sono limitati o l’articolazione è dolorosa.
Il risultato osservato durante la fonazione è quindi interessante perché suggerisce un potenziale beneficio anche nelle attività quotidiane che richiedono movimenti ripetuti della mandibola.
Serviranno ulteriori studi per comprendere se questo vantaggio sia confermato in popolazioni differenti e quanto possa persistere nel tempo.
8. La membrana migliora anche l’apertura della bocca?
Non in modo significativo rispetto alla sola discectomia, secondo i risultati a 12 mesi.
L’apertura massima interincisiva media, cioè la distanza tra gli incisivi superiori e inferiori quando il paziente apre la bocca il più possibile, è risultata di circa:
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34,3 mm nel gruppo trattato con membrana amniotica;
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35,9 mm nel gruppo sottoposto alla sola discectomia.
La differenza tra i due gruppi non ha raggiunto la significatività statistica (p = 0,09).
Questo risultato è particolarmente importante per evitare interpretazioni eccessive: lo studio non dimostra che la membrana sia in grado di aumentare l’apertura massima della bocca oltre il risultato ottenuto con l’intervento chirurgico e la riabilitazione.
La membrana può eventualmente migliorare il comfort e alcuni aspetti del movimento senza tradursi necessariamente in un’apertura massima maggiore.
E per i movimenti laterali?
Lo studio ha rilevato un vantaggio per l’escursione laterale destra, che a 12 mesi risultava mediamente di circa 8,1 mm nel gruppo trattato con membrana, rispetto a 6,1 mm nel gruppo di controllo. La differenza era statisticamente significativa.
I movimenti laterali sono importanti perché contribuiscono alla triturazione del cibo e alla coordinazione della mandibola durante la masticazione.
Il risultato è coerente con l’ipotesi che la membrana possa favorire il comfort articolare e alcuni movimenti funzionali, pur senza modificare necessariamente l’apertura massima.
9. Sicurezza e complicanze: che cosa è stato osservato?
Ogni intervento sull’ATM richiede attenzione alla vicinanza dei rami del nervo facciale, oltre che al rischio di sanguinamento, infezione, alterazioni della guarigione e limitazioni funzionali postoperatorie.
Nello studio di Treviso, l’evento avverso chirurgico riportato con maggiore evidenza è stato un deficit transitorio del ramo frontale del nervo facciale.
Questi episodi si sono risolti entro 12 settimane. La differenza tra i gruppi non è risultata statisticamente significativa.
Non sono state riportate infezioni profonde, anchilosi postoperatoria, raccolte salivari (sialocele), reinterventi o reazioni immunologiche o allergiche attribuite alla membrana durante il periodo di osservazione.
Questi dati sono rassicuranti, ma non dimostrano che la procedura sia priva di rischi. Un singolo studio, con un numero limitato di pazienti e un follow-up di un anno, non può identificare con precisione gli eventi avversi rari né escludere complicanze tardive.
La sicurezza deve pertanto essere valutata nel contesto dell’intero intervento, della tecnica chirurgica, delle caratteristiche individuali e del prodotto biologico utilizzato.

10. Che cosa insegnano i casi clinici pubblicati prima dello studio randomizzato?
Prima dello studio condotto a Treviso, la letteratura sull’utilizzo della membrana amniotica nell’ATM era costituita soprattutto da casi clinici e piccole serie di pazienti.
Questi lavori sono importanti perché mostrano come la tecnica sia stata sviluppata, ma non consentono da soli di stabilire con certezza che il miglioramento sia dovuto alla membrana e non agli altri elementi dell’intervento.
Caso clinico del 2013: ricostruzione dopo asportazione di una lesione articolare
Bauer e collaboratori hanno descritto una paziente di 53 anni sottoposta a resezione del condilo mandibolare e del disco articolare per una lesione diagnosticata come tumore a cellule giganti.
La ricostruzione è stata eseguita utilizzando un innesto costocondrale associato alla membrana amniotica umana.
Al follow-up descritto dagli autori non sono state osservate complicanze rilevanti e l’apertura della bocca è migliorata fino a circa 32 mm a otto mesi.
Il caso ha contribuito a introdurre l’idea della membrana amniotica come materiale biologico anticommissurale e di interposizione. Tuttavia, poiché la ricostruzione prevedeva anche un innesto costocondrale e altri gesti chirurgici, il risultato non può essere attribuito esclusivamente alla membrana.
Serie clinica del 2015-2016: il trattamento dell’anchilosi temporo-mandibolare
Akhter e collaboratori hanno pubblicato una serie osservazionale di 13 pazienti con anchilosi ossea dell’ATM, di età compresa tra 10 e 35 anni.
La membrana amniotica, preparata in più strati, è stata utilizzata come materiale di interposizione dopo il trattamento chirurgico dell’anchilosi.
L’apertura della bocca, inizialmente compresa tra 0 e 15 mm, è aumentata dopo l’intervento; nei controlli successivi, a uno, sei e dodici mesi, i valori riportati si sono mantenuti approssimativamente tra 32 e 35 mm.
Gli autori hanno considerato favorevole il recupero funzionale. Si trattava però di una piccola serie senza gruppo di controllo e relativa a una patologia differente dall’osteoartrosi dolorosa studiata a Treviso.
Per questo motivo, i risultati sull’anchilosi non possono essere utilizzati direttamente per prevedere il beneficio della membrana in pazienti con dolore intra-articolare cronico.
Caso clinico del 2020: miglioramento del dolore, ma anche un segnale da non ignorare
Lopez-Martos e collaboratori hanno descritto una donna di 32 anni con osteoartrosi degenerativa non infiammatoria dell’ATM, sottoposta ad artroplastica con trattamento del condilo e del disco e inserimento della membrana amniotica.
Il decorso clinico è stato caratterizzato da risoluzione del dolore e miglioramento dei movimenti mandibolari.
Durante il follow-up radiologico, tuttavia, è stato osservato un rimodellamento della fossa glenoidea con formazione di osso ectopico.
Si tratta di un dato che merita attenzione. Il caso non dimostra che la membrana amniotica abbia causato direttamente la formazione ossea, ma suggerisce che le modificazioni strutturali tardive debbano essere considerate quando si valuta l’efficacia e la sicurezza dei materiali biologici di interposizione.
Caso clinico del 2021: anchilosi recidivante e protesi personalizzate
Un ulteriore caso ha descritto un paziente con anchilosi bilaterale recidivante, già sottoposto a diversi interventi, trattato mediante pianificazione chirurgica tridimensionale, osteotomie guidate e protesi articolari personalizzate.
La membrana amniotica è stata posizionata tra i componenti protesici con l’obiettivo di ridurre il rischio di nuove aderenze.
Il paziente ha ottenuto un’apertura interincisiva di 37 mm già a dieci giorni dall’intervento.
È però essenziale distinguere l’effetto della membrana dal risultato complessivo: il caso comprendeva una ricostruzione protesica complessa e una pianificazione chirurgica avanzata, per cui non consente di isolare il contributo specifico della membrana.
Nel loro insieme, questi casi hanno costituito il razionale clinico per approfondire l’impiego della membrana nell’ATM. La ricerca randomizzata condotta a Treviso rappresenta un passaggio importante perché affronta una domanda più specifica: se l’aggiunta della membrana alla discectomia migliori gli esiti rispetto alla sola discectomia in pazienti con patologia intra-articolare refrattaria.
11. Quali sono i limiti dello studio di Treviso?
Per comprendere il significato clinico dei risultati è necessario considerare anche ciò che lo studio non può ancora dimostrare.
È uno studio monocentrico. I pazienti sono stati trattati in un unico ospedale e nell’ambito di una specifica esperienza chirurgica. I risultati devono essere confermati in altri centri e da altri gruppi operatori.
Il numero di partecipanti è limitato. Il campione è sufficiente per evidenziare differenze importanti negli esiti osservati, ma non consente di valutare con sicurezza eventi avversi rari o piccoli benefici clinici.
I gruppi presentavano alcune differenze iniziali. I ricercatori hanno utilizzato analisi statistiche per correggere parte di queste differenze, ma un possibile confondimento residuo non può essere completamente escluso.
Il follow-up è di 12 mesi. Non sappiamo ancora con sufficiente certezza se il beneficio sul dolore si mantenga nel lungo periodo, né quali modificazioni strutturali possano comparire dopo più anni.
Non è stata verificata direttamente la persistenza della membrana nell’articolazione. Non è quindi possibile affermare che il materiale rimanga fisicamente integro per tutto il periodo di osservazione. Il beneficio potrebbe dipendere anche dalla risposta biologica che induce dopo il posizionamento.
Non è dimostrata una superiorità universale rispetto agli altri materiali. Lo studio confronta membrana più discectomia con sola discectomia, ma non con tutti gli altri materiali autologhi o sintetici utilizzati nella chirurgia articolare.
Questi limiti non annullano i risultati: ne definiscono il corretto valore scientifico. Lo studio fornisce evidenze promettenti per una specifica indicazione, ma non è sufficiente per trasformare la membrana amniotica nello standard di trattamento di tutte le patologie dell’ATM.
12. Quali prospettive per il futuro?
Le ricerche successive dovrebbero approfondire tre aspetti principali.
Confermare il beneficio in studi multicentrici
È necessario verificare se la riduzione del dolore osservata a Treviso si riproduca in popolazioni più ampie, trattate in centri con differenti esperienze chirurgiche.
Studiare la risposta biologica nell’articolazione
Esami di imaging programmati e studi biologici appropriati potrebbero aiutare a comprendere la persistenza del materiale, il suo riassorbimento e le modificazioni dei tessuti articolari nel tempo.
Sarebbe particolarmente importante chiarire come la membrana influenzi la fibrosi, l’infiammazione e il rimodellamento delle superfici articolari.
Confrontare la membrana con altri materiali
Un confronto diretto con lembi del muscolo temporale, innesti dermo-adiposi e altri materiali di interposizione permetterebbe di comprendere meglio vantaggi e limiti di ciascuna soluzione.
Dovrebbero inoltre essere valutati la qualità di vita, il recupero della masticazione, la necessità di ulteriori trattamenti e il rapporto tra costi e benefici.
13. Che cosa significa tutto questo per il paziente con dolore mandibolare?
Per chi soffre di dolore davanti all’orecchio, difficoltà masticatorie o limitazione dell’apertura della bocca, il primo passo non è scegliere un materiale chirurgico, ma arrivare a una diagnosi corretta.
Un dolore persistente può essere legato a disturbi muscolari, alterazioni del disco, osteoartrosi o altre patologie. Ciascuna condizione può richiedere un trattamento differente.
La risonanza magnetica può aiutare a valutare il disco e i tessuti molli, mentre la tomografia computerizzata a fascio conico (CBCT) o la TC possono essere utili per studiare le alterazioni ossee, in funzione del quesito clinico.
Se viene identificata una patologia intra-articolare strutturale, il trattamento viene generalmente pianificato per gradi, dando priorità alle opzioni conservative e mini-invasive appropriate. La chirurgia viene presa in considerazione quando l’indicazione è specifica e il beneficio atteso giustifica i rischi.
In questo contesto, la membrana amniotica può rappresentare un’opzione di interesse per pazienti selezionati sottoposti ad artroplastica. La ricerca del 2026 suggerisce un possibile vantaggio soprattutto sul dolore e su alcuni movimenti mandibolari, ma non dimostra un miglioramento dell’apertura massima né garantisce lo stesso risultato in ogni paziente.
La scelta del trattamento deve quindi essere individualizzata e condivisa con il chirurgo maxillo-facciale, sulla base della diagnosi, delle terapie già effettuate, degli obiettivi funzionali e delle evidenze disponibili.
Domande frequenti sulla membrana amniotica nella chirurgia dell’ATM
La membrana amniotica può curare tutti i disturbi dell’articolazione temporo-mandibolare?
No. È stata studiata come materiale di interposizione durante specifici interventi chirurgici. Non è una terapia universale per click mandibolari, bruxismo, dolore muscolare o tutti i disturbi temporo-mandibolari.
La membrana amniotica può evitare la protesi dell’ATM?
Non esistono evidenze sufficienti per affermarlo. Nei pazienti con patologia articolare terminale, grave distruzione o altre indicazioni alla sostituzione articolare, la scelta tra artroplastica e protesi dipende dalla situazione clinica. I risultati dello studio sulla discectomia con membrana non possono essere trasferiti automaticamente alla chirurgia protesica.
La membrana amniotica fa aumentare l’apertura della bocca?
Nel trial di Treviso non è emersa una differenza statisticamente significativa nell’apertura massima rispetto alla sola discectomia. Sono stati invece osservati vantaggi sul dolore e su alcuni movimenti articolari.
La membrana amniotica è sicura?
Nel trial del 2026 non sono state riportate complicanze profonde o reazioni attribuite alla membrana; alcuni pazienti hanno presentato un deficit transitorio del ramo frontale del nervo facciale, risolto durante il follow-up. Il campione e la durata dell’osservazione non permettono però di escludere rischi rari o tardivi.
La membrana amniotica è meglio del lembo del muscolo temporale?
Non è stato ancora dimostrato in modo conclusivo. La membrana può evitare un ulteriore prelievo di tessuto dal paziente, ma mancano confronti diretti sufficienti per stabilire una superiorità generale.
Chi può valutare se questo intervento è indicato?
La valutazione compete a uno specialista con esperienza nella chirurgia maxillo-facciale e nella patologia dell’ATM. È necessario esaminare i sintomi, la funzione mandibolare, gli esami diagnostici e l’efficacia dei trattamenti precedenti.
Membrana amniotica nella chirurgia dell’ATM
La membrana amniotica umana rappresenta una promettente possibilità biologica nella chirurgia dell’articolazione temporo-mandibolare. Le sue proprietà antinfiammatorie e potenzialmente antifibrotiche hanno stimolato l’interesse per il suo impiego come materiale di interposizione.
Lo studio randomizzato condotto a Treviso e pubblicato online nel 2026 ha mostrato una riduzione del dolore superiore rispetto alla sola discectomia, insieme a un miglioramento di alcuni movimenti mandibolari. Non è stata invece dimostrata una maggiore apertura massima della bocca.
I risultati rappresentano un contributo importante alla ricerca clinica, ma richiedono conferme in studi multicentrici, con follow-up più lungo e approfondimenti sui meccanismi biologici.
Il messaggio fondamentale è che la membrana amniotica non sostituisce la diagnosi né la corretta indicazione chirurgica: può diventare uno strumento aggiuntivo per pazienti selezionati, all’interno di un percorso terapeutico personalizzato.
Bibliografia essenziale
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Guarda-Nardini L, Ragazzo M, Trojan D, Pasqualini R, Val M. Human Amniotic Membrane as an Interpositional Material in Temporomandibular Joint Arthroplasty for Intraarticular Pain and Dysfunction: A Randomized Clinical Trial. Journal of Oral and Maxillofacial Surgery, 2026. PubMed.
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NOTE SULL’AUTORE
Dr. Luca Guarda Nardini è Medico Chirurgo, specializzato in Chirurgia Maxillo-Facciale, Otorinolaringoiatria e Odontostomatologia, con oltre 35 anni di esperienza clinica e scientifica.
È Direttore della Struttura Complessa di Chirurgia Maxillo-Facciale presso l’Ospedale Ca’ Foncello di Treviso e Professore a contratto presso l’Università di Padova.
È riconosciuto tra i principali esperti italiani e internazionali nel trattamento delle disfunzioni dell’articolazione temporo-mandibolare e dei disturbi cranio-facciali.
Il dr. Luca Guarda Nardini si occupa di chirurgia maxillo facciale per la risoluzione di problematiche complesse come il trattamento delle disfunzioni dell’articolazione mandibolare e la chirurgia orale.







